
Filiera degli oli vegetali: qualità, sostenibilità e valore.
Il punto di vista di Massimo Bracco (Oleovita)
Le filiere alimentari sono spesso più complesse di quanto appaia dal prodotto finale. Dietro a un prezzo, a un gusto riconoscibile e a una disponibilità costante ci sono passaggi tecnici, logistiche, trasformazioni e scelte di processo che raramente vediamo.
La filiera degli oli vegetali è un esempio chiaro. La maggior parte delle persone incontra l’olio solo alla fine: uno dei componenti dei prodotti alimentari che acquistiamo, una bottiglia sugli scaffali, un’etichetta, un sapore spesso neutro.
Prima di arrivare sugli scaffali, però, l’olio attraversa un percorso lungo, progettato per grandi volumi e per un obiettivo preciso: ottenere un prodotto standardizzato.
In questo articolo Massimo Bracco, fondatore di Oleovita, ci aiuta a comprendere meglio la filiera degli oli vegetali, partendo dal modello industriale oggi dominante e dalle sue implicazioni economiche, ambientali e di qualità.
Massimo è un innovatore che ha studiato a fondo questi meccanismi per proporre un’alternativa efficace, etica e sostenibile. Oleovita è il progetto con cui traduce questa visione in un modello alternativo.
Il modello attuale: resa alta, filiera lunga
Oggi gran parte degli oli vegetali nasce da un’impostazione industriale molto chiara.
- I semi viaggiano verso pochi grandi impianti centralizzati
- L’olio viene estratto con processi fisico/chimici che utilizzano solventi di derivazione petrolchimica, in particolare esano
- L’olio ottenuto non può essere consumato così com’è
- Entra quindi in una catena di raffinazione per diventare ‘’commestibile’’ , neutro e uniforme
Questo modello è stato considerato finora efficiente dal punto di vista della resa e della standardizzazione. Ma porta con sé criticità che stanno diventando sempre più inquietanti.
Tanto che L’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) nel 2024 ha dichiarato che le norme europee che regolano il commercio degli oli e farine proteiche così ottenuti devono essere revisionate.
L’esano e i rischi di un solvente «di sistema»
L’esano è un solvente di origine petrolchimica. È usato perché funziona molto bene e perché l’industria degli oli negli ultimi 100 anni si è costruita attorno a quel processo.
La ricerca scientifica mette in evidenza criticità legate alla sicurezza dei lavoratori, all’impatto ambientale e a un quadro regolatorio in evoluzione che si interroga sui reali effetti sulla salute. Anche quando i residui nel prodotto finale sono regolati, il punto più ampio resta la dipendenza da un modello che richiede chimica, grandi volumi e impianti complessi.
La raffinazione: rendere consumabile ciò che non lo è
La raffinazione serve a «ripulire» e standardizzare l’olio: eliminare odori, colore e componenti indesiderate.
Il problema è che, per ottenere questo risultato, si ricorre a più passaggi all’uso di altra chimica ( soda caustica ed acido fosforico) e, soprattutto, a fasi ad alte temperature.
La letteratura scientifica segnala che proprio nelle fasi ad alta temperatura possono formarsi contaminanti di processo, tra cui 3-MCPD e glicidil esteri. Sono temi tecnici, ma con una conseguenza semplice da capire: quando si spinge molto su calore e trasformazione, aumentano i rischi di generare composti indesiderati.
In parallelo, la raffinazione tende anche a ridurre componenti naturalmente presenti negli oli, come vitamina E e altri micro-elementi.
In sintesi: il modello attuale è progettato per produrre un olio «sempre uguale», ma lo fa attraverso una catena lunga, energivora che influisce sulla qualità del prodotto finale e probabilmente sulla salute dei consumatori.ero di persone presenti.
La proposta di valore di Oleovita: estrarre a bassa temperatura, senza chimica
Oleovita propone un’alternativa.
L’idea è ridurre drasticamente ciò che rende necessaria la raffinazione industriale: solventi, alte temperature e tempi lunghi tra raccolta e trasformazione grazie ad un processo innovativo:
- Estrazione meccanica a temperature controllate e più basse rispetto agli standard
- Trasferimento e stoccaggio in ambienti inerti, per proteggere l’olio dall’ossidazione
- Assenza di chimica
- Assenza di fasi tipiche della raffinazione chimica industriale.
Il punto non è solo «fare un olio diverso». È evitare la catena di passaggi che tende da una parte a impoverire l’olio e dall’altra ad aggiungerci elementi chimici indesiderati ed indesiderabili.
Una tecnologia di spremitura a freddo più efficiente
La spremitura meccanica non è una novità. Storicamente, però, è stata spesso scartata dall’industria per un motivo: rese più basse.
Oleovita dichiara di aver superato questo limite con una tecnologia brevettata che migliora efficienza, separazione e resa mantenendo temperature contenute.
Questo ha un effetto anche sul «dopo»: il residuo secco di estrazione non resta un sottoprodotto povero destinato all’alimentazione animale, ma diventa una farina ricca di proteine, con un contenuto di olio residuo molto basso (mediamente il 5%).
Il cambiamento proposto da Oleovita: accorciare, decentralizzare, ridare valore
Oleovita propone un cambio di logica.
Invece di portare i semi verso un grande impianto, porta la trasformazione vicino a chi coltiva.
L’azienda agricola al centro
Nel modello Oleovita l’azienda agricola non è un semplice fornitore. È partner e socio.
Al momento della firma del contratto, l’azienda entra nella compagine sociale acquistando quote e una tecnologia proprietaria: una macchina compatta e automatizzata installata direttamente in azienda, che trasforma il seme in olio e panello proteico .
Oleovita tramite una propria AI controlla da remoto gli impianti, monitora costantemente i parametri delle presse, l’ efficienza del sistema e fornisce servizi aggiuntivi, come la filtrazione degli oli , la micronizzazione delle farine eventualmente la raffinazione fisica degli oli , le analisi e le certificazioni dei prodotti realizzati ed in fine la commercializzazione dei prodotti ottenuti.
Il risultato è una rete di impianti diffusi, coordinati e ottimizzati: un’alternativa concreta alla centralizzazione.
Oleovita può essere definita una piattaforma di bioeconomia al 100%.
Una filiera locale che costruisce scala
Il modello prevede un raggio operativo di circa 70–100 km dal hub tecnologico di riferimento. Il primo impianto è previsto nel Nord-Ovest, nell’area di Alessandria, con l’obiettivo di aggregare volumi e rendere competitivo un modello decentralizzato.
Le colture coinvolte sono colza, canapa, girasole, lino, cartamo, nocciole, ecc… C’è già interesse da parte di diversi produttori locali, con l’obiettivo di arrivare alle prime 50 aziende entro il mese di aprile.
Un’economia più coerente con chi produce
In questo schema l’azienda agricola ricopre tre ruoli contemporaneamente: partner, cliente e fornitore.
Conferisce olio e farine proteiche, che Oleovita commercializza per suo conto.
Il guadagno di Oleovita è una percentuale fissa sull’attività commerciale: 10% nei primi anni, che scende al 7% dal quinto anno.
È una scelta che rende esplicita l’intenzione di redistribuire valore lungo la filiera, invece di concentrarlo solo a valle.
L’obbiettivo è essere realmente alternativi all’industria chimica tradizionale e per fare questo è necessario essere concorrenziali anche sul prezzo motivo per cui Oleovita sceglie di ridursi parte degli utili per permettere alla rete di essere una reale alternativa anche sul prezzo.
Quando «non esiste scarto»: il valore delle farine proteiche
Nel racconto di Massimo, un tema centrale è la valorizzazione delle farine proteiche.
Oggi molte farine ottenute da processi chimici sono destinate quasi esclusivamente all’alimentazione animale. Non perché manchino proteine, ma perché il processo industriale e la presenza di solventi rendono più difficile immaginare usi diversi.
In un modello meccanico, senza solventi, la logica cambia: ciò che resta non è un residuo, ma un ingrediente potenziale.
Significa passare da una filiera che estrae una commodity a una filiera che produce più output di qualità.
Un caso che parla al territorio
In un settore costruito negli ultimi cento anni attorno a grandi impianti e standardizzazione, la vera innovazione può essere un cambio di scala e di ruolo.
Oleovita prova a rendere competitivo un modello diverso: impianti nelle aziende agricole, controllo tecnologico diffuso, servizi condivisi, valore redistribuito.
È un cambiamento che si misura su tre piani.
- Riduzione della dipendenza da solventi e da passaggi ad alta temperatura
- Accorciamento della filiera e riduzione dei trasporti
- Maggiore coerenza economica per chi coltiva e trasforma
Una filiera diversa un valore diverso
La storia di Oleovita, letta attraverso le parole di Massimo Bracco, non è solo la storia di una tecnologia. È la storia di una scelta: riportare la trasformazione vicino ai campi per ridurre complessità, rischi e dispersione di valore.
In una filiera che, per funzionare su scala industriale, ha accettato solventi, temperature elevate e passaggi di raffinazione sempre più sofisticati, la proposta di Oleovita è rivoluzionaria.
Progettare un processo che garantisce qualità, sicurezza, sostenibilità, migliori condizioni per i produttori e un prodotto di altissima qualità.
È anche il tipo di innovazione che, per Réseau Entreprendre Piemonte, merita attenzione e sostegno. Perché si propone di rimettere in equilibrio un settore, restituendo ruolo e valore a chi produce e costruendo un impatto positivo sul territorio.
È qui che l’innovazione incontra una vocazione etica e sociale: quando la crescita non è solo una questione di scala, ma di responsabilità.